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Di
Nicoletta Zucchetta : Joel McIver è un noto giornalista e biografo britannico. Già prima di avventurarmi nella
lettura di questo libro sapevo che, avendo letto in
precedenza un’altra sua opera,
l’autore non mi avrebbe affatto delusa . Il suo intento è quello di offrire un quadro completo della breve ma intensa vita e dei vari
lati della personalità di colui che è stato il bassista dei Metallica agli inizi della loro
carriera, suddividendo gli avvenimenti in quindici capitoli che seguono anche la storia
del gruppo, dalle prime lezioni di musica agli esordi nei locali californiani, dall’uscita del
loro terzo album Master Of Puppets al conseguente tour, dalla descrizione ed analisi di
quel tragico incidente stradale avvenuto il 27 Settembre 1986 in Svezia che come ben
sappiamo gli costò la vita, alle testimonianze ed ai ricordi di parenti, amici, colleghi di
lavoro, la sua fidanzata e moltissime altre figure che contribuiscono a farci conoscere
Cliff per quanto possibile. Abbiamo quindi il piacere di
avventurarci nella lettura di un
volume molto ben strutturato, una storia che nel suo snodarsi invita a proseguire, a
raggiungere le ultime pagine.
Da questa narrazione emerge il ritratto, talvolta
contraddittorio e perciò interessante, di
un ragazzo innanzitutto molto intelligente, determinato a raggiungere i propri obiettivi e
desideroso di rendere i suoi genitori sempre orgogliosi di lui; si capisce fin da subito che
ci troviamo di fronte ad un giovane assolutamente disinteressato a quello che gli altri
pensavano del suo atteggiamento ed abbigliamento, di poche parole ma che diceva quello
che pensava senza porsi mai problemi, tranquillo ma che allo stesso tempo si sapeva
divertire, generoso e disponibile.
La sua passione per la musica era talmente grande che voleva continuamente migliorare
il suo modo di suonare e comporre, imparare nuove tecniche, approfondire le proprie
conoscenze. Non si considerava un artista dall’innegabile talento quale era, bensì un
musicista come tanti; odiava venir definito una rockstar. Era semplice e modesto, e
questo è uno dei tanti motivi per i quali veniva apprezzato dalle persone che gli stavano
intorno. Cliff aveva una visione della musica davvero ampia: spaziava infatti tra generi
musicali molto diversi tra loro ed ascoltava principalmente musica classica
(Johan Sebastian Bach in particolar modo), jazz, country ed ovviamente rock e derivati.
Si tratta di un racconto che in certi punti fa sorridere, come quando il chitarrista solista
Kirk Hammett nella breve prefazione da lui scritta dice che quand’erano in tour divideva
con Cliff Burton la stanza d’albergo ed a volte quest’ultimo iniziava a suonare
chiedendogli di aiutarlo a trovare le melodie delle canzoni che più gli piacevano, e lui
invece cercava di dormire ma alla fine si lasciava coinvolgere.
Questo racconto, come si potrà immaginare, fa anche un po’ commuovere se si pensa al
costante impegno e dedizione di Cliff che purtroppo è scomparso nel momento in cui i
Metallica stavano vedendo in maniera sempre maggiore i frutti dei loro non piccoli
sacrifici; solamente cinque anni dopo si sarebbero confermati delle vere leggende.
Una cosa che si può dire con una certa sicurezza è che Cliff nel corso degli anni sarebbe
diventato ancor più famoso, un’icona, un esempio da seguire.Con il suo stile unico e la sua ricchezza di idee e cultura ha saputo portare i Metallica ad
un livello via via superiore, collaborando ed integrandosi perfettamente con gli altri
componenti della band, ed è riuscito a donare qualcosa di prezioso al panorama musicale
ed al mondo del basso in generale.
E’ comunque e giustamente considerato tutt’ora tra i migliori bassisti Metal in assoluto.
Un’altra cosa certa e che mi sento in dovere di aggiungere è che, come per tutti i grandi
musicisti, la sua musica non morirà mai.
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